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Si chiama Anógi, è un paese al centro di Itaca, almeno così dice la guida e così indica la mappa allegata. Un paese in cima all’isola, arroccato in mezzo al nulla e per questo in teoria privo di ogni attrattiva turistica. Perché diciamocelo pure, in Grecia d’estate si va principalmente per il mare e se uno proprio vuole fare il colto magari fa una visitina a qualche antica vestigia, testimonianza della culla della civiltà da cui ebbe origine mezza Europa. Stando a Itaca poi non c’è che l’imbarazzo della scelta tra tutti i presunti posti che hanno a che fare in qualche modo con Ulisse e Omero che, a credere a tutti i cartelli, devono aver abitato in praticamente ogni anfratto dell’isola tranne appunto che a Anógi, sperduto in mezzo all’isola senza alcuna attrattiva, eccezion fatta per una chiesa.
Consacrata nel 1670 recita la guida, con all’interno affreschi ben conservati.
Per uno che vive in una città che in quanto a Chiese affrescate non teme confronti il trafiletto della guida che accompagna la descrizione della chiesa ha lo stesso effetto che farebbe a un napoletano la proposta di assaggiare una pizza in Groenlandia (con rispetto parlando).
La storia sarebbe finita qui se non fosse che voci raccolte da vicini di ombrellone e poi confermate dai padroni di casa raccontano di una chiesa restaurata da poco, ad opera di un artista greco che ha studiato a Roma, il tutto finanziato da un grande armatore greco che non ha badato a spese pur di regalare alla propria figlia un posto unico dove poter celebrare il suo matrimonio.
Potrebbe sembrare qualcosa uscito da un analogo greco di Novella 2000 ma sembra tutto vero, la storia è tale da meritare almeno una veloce visita.
Ad Anógi si può arrivare da sud o da nord, è una strada che taglia in due una parte dell’isola ed essendo stati al mare vicino a Vathi, a sud dell’isola e avendo casa a nord ecco che il rientro offre un’occasione per fare un passaggio alla chiesetta restaurata.
La strada è ben indicata, dopo la svolta si inizia a salire che è una meraviglia, con una strada persino larga per gli standard isolani dove normalmente, quando incontri una macchina che viaggia in senso opposto a uno dei due tocca scendere, smontare letteralmente la macchina e rimontarla dopo che l’altro è passato. Dopo qualche tornante siamo già a un’altezza considerevole e viste le vertigini di mia moglie devo viaggiare tenendo la sinistra per non farle vedere l’orrido continuo che si presenta al nostro fianco.
Che poi Itaca è fatta così, sembra un’isola emersa solo a metà, quando furono completamente fuori dall’acqua le montagne e mancavano poche decine di metri per mettere su coste e spiagge come si deve il processo deve essersi interrotto, vai a capire cosa è poi successo in quel momento. E’ praticamente una montagna che precipita direttamente nel mare, per dire, ed è proprio per questo che quasi tutte le spiagge sono piccole, rubate alla meglio alla roccia che si tuffa nel mediterraneo.
In pochi minuti siamo a più di 500 metri di altezza, il panico di mia moglie aumenta in modo conseguente fino a uno spiazzo dove ci fermiamo un attimo per godere il panorama da alcune panchine.
Già, le panchine. Itaca ne è piena (anche Cefalonia, seppur in misura ridotta), disseminate su ogni strada e affacciate sul nulla, se così vogliamo chiamare una distesa di cielo e di mare.
Che uno che vive a Roma pensa istintivamente alle panchine del Pincio, tanto per dire, affacciate su Roma, il cupolone, i tetti e via cantando, qui invece niente. Tu guidi tra un paese e un altro, niente case per chilometri in ogni direzione e all’improvviso ecco una panchina, magari affacciata sulle rocce che cadono a picco sul mare, qualche isola in lontananza e poi l’orizzonte.
Persino pericolose se capite cosa voglio dire, ce ne sono alcune che poi non hanno veramente il nulla davanti, che uno si siede, contempla l’orizzonte rapito da chissà quali pensieri, poi si ricorda all’improvviso che ha lasciato l’acqua sul fuoco, si alza e precipita direttamente di sotto. Chissà quanti non sono tornati a casa da quelle panchine.
Non so, è come se Leopardi fosse insegnato in tutte le scuole Greche e il concetto dello sguardo verso l’Infinito fosse un pensiero obbligatorio. Panchine nuove, vecchie, sgarrupate, persino qualche vecchia sedia, lasciata li; è come se una processione lunghissima di panchine di ogni genere e forma avesse attraversato l’isola e ogni tanto se ne fosse staccata una, per stanchezza, o magari per distrazione e questa si fosse fermata, senza più la forza di raggiungere il gruppo, regalandosi, per sempre, una vista da togliere il fiato. Panchine rispettate persino, magari vecchie e cadenti ma senza un fregio, che ripensando appunto a una qualsiasi panchina romana mediamente ci trovi due forza roma, un lazio merda (o viceversa), qualche indicazione sulle abitudini sessuali di tali Samantha o Doborah con relativi numeri telefonici, una bestemmia e qualche scombiccherata manifestazione di idiozia politica.
Qui niente, intonse, meravigliose, perdute, in attesa di un viandante occasionale che si fermi per un momento e si sieda, ridando improvvisamente senso a un esistenza solitaria, e bellissima.

Ripartiamo, qualche altra curva e siamo in cima all’isola: rocce, pietre, ulivi incurvati da un vento che qui non scherza e le solite immancabili capre, capre e ancora capre, per l’occasione persino qualche mucca.
Ci sono le indicazioni per il monastero di Kathará, citato più per la vista che permette di abbracciare l’intera isola che per la costruzione in se e visto il colorito di mia moglie decido di soprassedere.
Poche centinaia di metri e sul mio navigatore compare la scritta Anógi, ormai a portata, mi guardo intorno e comincio a vedere qualche casa, molte abbandonate, tutte comunque piccole, piccolissime probabilmente per resistere al vento. Mi ricordo che le indicazioni ricevute erano di fermarsi alla piazza del paese, entrare nel bar e chiedere le chiavi della chiesa per entrare, che quando l’ho sentito per la prima volta credevo di aver capito male ma è proprio così. La strada si allarga, intravedo quello che potrebbe essere forse un bar, vedo forse un campanile e l’istante successivo sono fuori dal paese.
Giro la macchina, visto la strada l’operazione, senza l’aiuto di un elicottero, richiede almeno un quarto d’ora, e torno. E’ decisamente una chiesa quella che vedo e quella, per esclusione, non può che essere la “piazza” del paese (per intenderci, a Roma non arriverebbe neanche alla dignità della dicitura “largo”), quindi parcheggio.
Mi giro e vedo il bar, no scusate, vedo il BAR con sedute sotto il portico antistante l’ingresso quattro persone che sembrano uscite dritte dritte da una versione Greca di Stefano Benni, tali e quali, con vestiti e facce da ordinanza, direttamente dagli anni cinquanta o giù di li.
Scendiamo in 4, io indosso degli orridi sandali tedeschi, shorts e una maglietta con sopra tartarughe e alghe marine, le mie due figlie costume e pareo, mia moglie una mise radical chic da spiaggia: è evidente che agli occhi dei paesani sembriamo 4 idioti venuti da chissà quale strano pianeta.
Mi avvicino, il più anziano dei quattro si alza e mi si para davanti, ha un’età indefinita tra i 70 e i 150 anni e qualsiasi sia la sua età ce l’ha da almeno mezzo secolo. Dietro di lui intravedo il bar vuoto, non c’è possibilità di sbagliarsi, è il proprietario. Ha una faccia con sopra una collezione di rughe che a contarle uno se ne ritroverebbe almeno altrettante quando avrebbe finito. Mi guarda con un’espressione indecifrabile, ha occhi di un grigio luminoso che sembrano aver visto direttamente Ulisse in faccia rimproverandogli probabilmente persino qualche cosa.
Chissà quali storie, ad avere il tempo di una vita per ascoltarle tutte.
Mia figlia piccola, la cui pausa tra due desideri consecutivi, è minore di 10 minuti, mi comunica di avere sete e in effetti anche io boccheggio dopo una giornata di mare. Gli chiedo due coche cole e un’acqua, provo prima in inglese, poi in italiano.
Mi sorride, mi dice qualcosa in una strana lingua greco-italiana e capisco che mi invita ad entrare e a servirmi dal frigo.
Si sposta e entro o non so, forse viaggio nel tempo perché entro in un posto tirato su negli anni 50 dove non è stato toccato praticamente più nulla. Il piano in formica, il soffitto, gli arredi, i tavolini quadrati, le sedie, persino le tovaglie. Le uniche concessioni alla modernità sono due frigoriferi dove fa bella mostra di se il solito campionario di bibite assortite e un registratore di cassa digitale. Persino il frigo dei gelati è d’epoca, tanto che ad aprirlo mi aspetterei di trovare un blob o un ghiacciolo arcobaleno, se qualcuno si ricorda.
Forse molti di voi, della mia generazione, di bar come questi ne avete visti, quando eravate piccoli e magari in vacanza entravate in posti del genere, prima che la rivoluzione estetica degli anni settanta portasse via tutto.
Dietro al bancone una collezione di vini, amari e liquori alcuni dei quali probabilmente risalgono all’inaugurazione, poi di nuovo qualche concessione ai tempi moderni con qualche confezione di biscotti e dolciumi vari. Il bancone è basso e lungo, corre per tutta la larghezza del locale con qualche angolo retto per assecondare qualche vetrina messa li a caso.
Per finire, visto che evidentemente non solo è l’unico bar del paese, ma è anche l’unico negozio, dentro ci si trova qualche pacco di farina, zucchero e qualche sapone, a chiusura un pappagallino.
Davanti al bancone i tavoli, forse una decina, con le sedie originali, di lato una finestra che si apre fino al pavimento e che quindi tecnicamente è una porta ma è proprio una finestra perché la strada scende e dall’apertura al terreno c’è quasi mezzo metro e a evitare di scambiarla per una porta e cadere rovinosamente di sotto c’è solo una sbarra di metallo a metà altezza.
Un bar, un emporio, un posto unico nascosto in chissà quali pieghe dello spazio tempo, sfuggito in ogni modo alla normale successione delle decadi succedutosi tutte uguali, ad eccezione delle persone. Già, il posto è vuoto, una volta nel paese ci vivevano più di 1000 persone, ora forse 30; mi guardo intorno, osservo le sedie e quei tavoli e mi basta un attimo per immaginarli tutti li, a gremire il locale con le chiacchere da bar.
Il brusio delle partite a carte con gli insulti e gli sfottò, i racconti e le vanterie di qualche incontro piccante avuto magari la settimana prima ad Atene dove si va per lavorare, le discussioni calcistiche, le litigate sulla politica, i pettegolezzi sussurrati magari sulla moglie fedifraga di qualche paesano e il solito, ultimo ubriaco triste a chiudere la serata.
Me lo immagino, abbandonato su una sedia, in disparte, nell’unica zona in penombra, con il liquore davanti e chissà quale magone dentro e il proprietario che gli comunica che è proprio ora di chiudere. Si alza, barcolla, rischia di cadere di sotto da quella finestra che è una porta ma la sbarra lo salva e urtando tutti i tavoli e le sedie che incontra sul suo cammino raggiunge finalmente l’uscita, magari sorretto proprio dal barista; da li a casa sua solo pochi passi, senza panchine affacciate lungo il percorso sennò addio, il proprietario lo guarda, scuote la testa e chiude. Buonanotte.
Ho a tracolla una macchina fotografica, sulla schiena tre obiettivi, in tasca una compatta e un cellulare, la libidine da fotografo si manifesta immediatamente, il dito indice fa girare l’interruttore della reflex, la mia mente sta già studiando l’inquadratura, la luce, lo sviluppo. L’egocentrismo social-fotografico ci sguazza, mi immagino le foto, i like, gli apprezzamenti per le immagini che raccontano un posto che semplicemente altrove non esiste.
Poi ci ripenso, mi rigiro, mi guardo intorno, e penso che forse un posto così non lo saprei raccontare con un immagine, che forse gli farei persino un torto a fotografarlo come farei un torto a voi togliendovi la straordinaria possibilità di immaginarlo.
Ecco, chi di voi è abbastanza grande può provare a farlo, cercate tra i vostri ricordi di quando eravate piccoli e vi hanno portato in un bar di paese, non importa se il vostro, se un paesino del sud, che so della Sicilia o della Toscana o magari del Friuli, anche un vecchio bistrot francese o un bar spagnolo può fare al caso vostro. Condite con qualche immagine pescata a caso dal neorealismo cinematografico italiano, “Ladri di biciclette” o magari “Il ferroviere” di Germi, anche un po’ di Sordi o magari Tognazzi, rigorosamente in bianco e nero. Mettete insieme il tutto, se volete pescate anche da qualche film americano in bianco e nero ma attenti a non esagerare, schekerate, aggiustate di fantasia e immaginate, più o meno ci siete. Se capite cosa voglio dire, davvero. L’immagine che tirate fuori è solo per voi.
A già, le chiavi.
Con il dito spengo la reflex, mi avvicino al proprietario e gli chiedo le chiavi per visitare la chiesa; mi fa cenno di seguirlo e non nascondo il mio disappunto nello scoprire che la chiave non ce l’abbia davvero lui, che poi a dirla tutta quando me l’hanno raccontato nella mia testa si era formato tutto un film piuttosto brutto, tipo Scamarcio e la Chiatti che scendono da una due cavalli rigorosamente rossa, chiedono le chiavi della chiesa, entrano felici e abbracciati e immaginano di sposarsi li dentro di li a poco. Peccato che la mattina dopo lui si svegli da solo e tutto il film speso a cercarla tra le isole incapace di accettare che lei se ne fosse andata con un altro quando in realtà era solo uscita per fermarsi su una di quelle panchine e quando si è alzata per tornare da lui si era dimenticata del posto e niente, dritta giù di sotto. Poi il film finiva con lui che diventava un monaco eremita nella chiesa di Kathará.
Si le chiavi.
In realtà le chiavi sono veramente in custodia al bar, solo che sono appoggiate al tavolino dove era seduto il barista; nello specifico sono in custodia alla signora che prima era seduta vicino a lui. La differenza più sostanziale tra i due è che lei è leggermente più minuta, ha i baffi più lunghi e meno curati e porta una gonna. Per il resto stessa faccia, stesse rughe e stessi occhi indecifrabili, lo immagino Ulisse a capo chino davanti a loro due a cercare di scusarsi e di spiegare che non era colpa sua l’aver fatto così tardi a tornare dalla guerra di Troia.
Quando il barista è malato, lei si rade i baffi, si mette i pantaloni e lo sostituisce, credo che in pochi possano notare la differenza.
Ora le chiavi, non che mi aspettassi un manufatto stile Indiana Jones ma di certo una chiave di metallo, grande, di quelle che si infilano in una vecchia toppa di legno si, immaginate il mio disappunto nel vedermi consegnare due normalissime chiavi tenute da un portachiavi di stoffa ripiegata, quasi uguale a quello del mio motorino.
Arrivo alla chiesa, apro, entriamo. La chiesa è veramente bella, un piccolo gioiello, in ordine e pulitissima ma anche qui il continuum temporale sembra aver subito qualche strappo perché sembra che proprio nel bel mezzo di una funzione il tutto sia stato interrotto. Non lo so, se non una magia proprio il parroco che all’improvviso si zittisce e invita tutti a uscire chissà perché, rapidamente ma con ordine con lui buono ultimo, come tutti i comandanti che si rispettino. Eppure nella fretta hanno lasciato qualche segno: una candela appoggiata e consumata a metà, qualche sedia spostata, il libro delle preghiere aperte, persino uno scialle.
Nel silenzio e nella solitudine di quel posto vago senza troppo ritegno, arrivo vicino all’altare che si può vedere dalla navata attraverso un arco principale e due piccoli laterali. Tra l’arco centrale e uno dei due secondari, nascosto alla vista dei fedeli, c’è un angolo con una grande cornice che racchiude un crocifisso ai cui piedi c’è un rotolo di scottex e una scatola di biscotti al burro, quelle rotonde di metallo e mi immagino il prete, magari dopo l’omelia mentre tutti sono assorti nella preghiera a sgranocchiare di nascosto un biscotto.
Esco, chiudo con cura, faccio quattro passi e realizzo che ho dimenticato lo zaino fotografico dentro, torno indietro e riapro, quasi di scatto, immaginandomi di sorprendere i fedeli e il prete tornati magicamente a riprendere la funzione interrotta ma niente, tutto come prima.
Mentre sto per tornare al bar che dista venti metri mia figlia mi chiama per fare una foto a qualcosa che ha visto, non sono che pochi metri, ma ho in tasca le chiavi della chiesa del paese e lo so, vi sembrerà assurdo ma la sento come una responsabilità enorme e non potete immaginare il mio disagio ad allontanarmi.
Faccio la foto richiesta, torno velocemente al bar dove scopro che i presenti sono praticamente raddoppiati arrivando all’incredibile numero di 8. Li osservo meglio, i nuovi arrivati hanno un’età che spazia dai 35 ai 50 e non sembrano greci, non condividono la stessa struttura ossea, piuttosto imponente ne tantomeno la folta capigliatura o la barba per non parlare delle sopracciglia ma è evidente che appartengono in qualche modo a quel posto dal modo in cui sono seduti, dall’atteggiamento, dagli sguardi che si scambiano con il barista, persino dal vino che bevono dalla caraffa.
C’è un uomo vicino ai 40, con mini cagnolino al seguito, evidentemente omosessuale, si ispira a un giovane Orson Wells per l’abbigliamento, vicino a lui un uomo sui 50, vestito quasi da contadino ma con addosso tessuti decisamente più nobili che sembrano indicare una provenienza di alto lignaggio, vicino ancora uno che sembra uno scienziato pazzo con pantaloni che sembrano da pescatore e una camicia di lino e uno che sembra appena uscito da “amici miei” ma dall’aria vagamente teutonica. Li guardo, chissà che vite, da quali posti vengono e soprattutto da cosa stanno scappando per decidere di andare a vivere ad Anógi, fosse anche per una stagione all’anno.
Anche loro mi guardano, non c’è disprezzo ma è evidente l’appartenenza a due mondi, due universi che non hanno nulla o quasi in comune, almeno in quel preciso istante.
Mi avvicino con in mano le chiavi e un’offerta, come mi è stato detto di fare, arrivo quasi al tavolo quando il proprietario del bar mette in fila due gesti apparentemente così banali eppure, nel momento, così eccezionalmente belli: si alza e mi sorride.
Appoggio le chiavi sul tavolo, scandendo dico “Grazie”, lui mi guarda e alla fine di quel sorriso mi risponde con un “Prego” dalla pronuncia e della dizione pressoché perfetti.
Mi giro, raccolgo la prole sparsa in giro, passa una macchina a noleggio con dentro 4 ragazzi, hanno una mappa in mano, stanno cercando una piazza con una chiesa, passano oltre, torneranno tra 10 minuti, il tempo di girare.
Mentre salgo ecco un’altra macchina, sempre a noleggio, dentro una coppia intorno ai 30, lui fa un cenno rivolto al barista che risponde con saluto caloroso che supera il semplice incontro occasionale. Credo che i due si siano fermati più di qualche minuto e alla fine una chiacchera l’abbiano scambiata e chissà cosa si sono portati via da quell’incontro. Vorrei fermarmi anch’io ma è ora di cena, le due figlie sono incontenibili e non c’è modo, davvero. Ma potessi avere il tempo e il modo credo tornerei, magari a settembre quando la stagione turistica volge al termine e magari cercherei anche una casa, una camera ad Anógi, magari per una settimana e poi tutti i giorni a scendere al bar del paese, seduto anch’io tra quei tavolini e trovare il coraggio per fare due chiacchere. Chissà che storie.
Metto in moto, giro la macchina e considerando che nonostante il nome aleatorio di piazza è larga poco più di qualche metro ci metto appena 5 minuti di manovre millimetriche, parto lasciando più di uno sguardo, inanello due curve, guardo nello specchietto e dietro più nulla.
Ecco, se andate in Grecia, magari a Itaca, fatemi un fischio, conosco un posticino…..

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