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IKEA
Tutto ciò che avreste voluto sapere su Ikea e che non avete mai osato chiedere.

Vi siete mai chiesti perché alle donne piace tanto andare all’Ikea? E perché invece gli uomini al solo sentirla nominare vengono presi da spasmi e incontinenze aeriformi? Avete domande sulle tante stranezze di Ikea ma non avete trovato tutte le risposte? Prendetevi cinque minuti e leggete questa storia, vi svelerò molti dei segreti che si nascondono dietro quell’insegna che campeggia sopra quegli immensi capannoni che ormai potete trovare in ogni grande città.

Perché esiste Ikea?
Per farvi risparmiare? Per farvi arredare casa? Per darvi un’alternativa ai grandi brand dell’arredamento? NO, Ikea è nata con un unico scopo: quello di punire noi maschietti. Ci hanno raccontato che il fondatore di Ikea sia un uomo. Tutte balle. Dietro questo mostruoso meccanismo si nasconde un team di donne, tutte sposate, che ha escogitato un perfetto sistema che permette alle mogli di tutto il mondo di poter punire a piacimento i mariti.
Ma andiamo con ordine.
Perché alle donne piace tanto andare all’Ikea?
Il primo motivo è già spiegato, perché finalmente possono infliggere la giusta punizione ai loro mariti ma c’è di più. All’interno viene rappresentata, ripetuta fino all’infinito, la visione ideale di come loro vedono la casa: pulita e in ordine. Non è un caso che la prima zona riguardi divani e poltrone, non appena iniziate il tour c’è una serie inarrestabile di divani tutti in ordine, senza il vostro giaccone con sciarpa incorporato buttato sopra, senza il vostro portafogli o il vostro telefono o tablet, senza i giocattoli dei figli, senza le briciole della merenda con inclusa confezione abbandonata. Già, Ikea è la casa che loro sognano e che non vedranno mai realizzarsi, almeno fino a che sono sposate con noi……
Letti tutti rifatti, senza le nostre mutande sparse sopra o l’accappatoio ancora umido buttato sui cuscini, cucine ordinate senza macchie e senza la collezione di bicchieri unti che continuiamo a tirare fuori per bere un sorso d’acqua dimenticandoceli l’istante successivo, file infinite di piatti ordinatamente impilati uno sopra l’altro.
Alcune volte ci vanno da sole, a nostra insaputa, se ci fate caso le vedete ferme davanti a qualche ambiente estasiate osservando l’idea che hanno della loro casa, per un attimo felici di non averci tra i piedi mentre roviniamo quotidianamente questa immagine di perfezione a cui aspirano.
Perché a noi non piace andare all’Ikea?
I motivi sono infiniti e sono tutti frutto delle diaboliche idee partorite dal gruppo di mogli che si nasconde dietro questi mobilifici. Cerco di metterli insieme con questo piccolo riassunto della mia ultima visita all’Ikea.
Come detto vostra moglie vi porta all’Ikea perché vuole punirvi, alla mia non devo stare troppo sulle balle perché decide di portarmici un giovedì sera, alle 19.30.
Alla comunicazione, che per inciso, non ammetteva replica, la mia prima domanda è stata: “Ma perché, è aperta anche altri giorni oltre che sabato e domenica all’ora di pranzo?”
Ecco svelato il primo segreto custodito gelosamente da tutte le mogli: è aperta tutti i giorni fino alle 22.00.
Arrivo direttamente dall’ufficio pronto a parcheggiare la macchina direttamente in una circoscrizione attigua ma il posto che mi si presenta davanti è irriconoscibile, il parcheggio è vuoto ed è possibile lasciare la macchina praticamente davanti all’ingresso. Memore di passate esperienze prima di spegnere la macchina mi ricordo che se si comprano dei mobili il carrello non passa per il tapiroulant e per questo sposto la macchina e la sistemo proprio davanti alle porte dell’ascensore.
Mia moglie mi aspetta sorridente e non capisco se il sorriso è per la felicità di vedermi o per quella di infliggermi una giusta punizione per qualcosa che ovviamente non so di aver fatto.
Il piano è comprare una cassettiera, larga 80 e alta 100, il solo pensiero di passare non meno di due ore solo per decidere quale modello prendere mi atterrisce tanto da sbiancare perché mia moglie capisce subito tutto e mi rassicura, mentendo spudoratamente, che è già stata in avanscoperta e che la cassettiera è già stata scelta.
Il passaggio davanti ai divani è d’obbligo, lo sguardo sognante che vaga per quella distesa di perfezione e pulizia ripetuta ad libitum spiega da solo molte cose. Avendo ormai età ed esperienza sufficienti per accettare il destino avverso, mi metto in modalità da supplizio: passo lento, sguardo e basso e una collezione di “si amore”, “va bene amore”, “come dici tu amore” sufficiente a resistere per almeno 3 ore ed evitarmi ulteriori ritorsioni nei giorni a seguire.
La fortuna o l’amore sembrano sorridermi perché passati solo cinque minuti mia moglie mi esorta ad accelerare il passo per arrivare direttamente al reparto interessato perché le bambine sono sole a casa e tra poco bisogna preparare la cena. Sempre affidandomi all’esperienza non mi fido ma un leggero e malcelato sorriso fa capolino alle estremità delle mie labbra.
Reparto cassettiere: ovviamente ci sono almeno sessanta modelli e la selezione preventiva millantata dalla mia dolce metà ha ridotto le possibili soluzioni a 45…..
Dopo circa trenta minuti e quindi in netto anticipo rispetto alla media di due ore viene presa la decisione. Guardo la cassettiera, già pensando al trasporto e al montaggio e per un momento mi illudo che un parallelepipedo di compensato con 6 cassetti non possa presentare chissà quali difficoltà. Prendo il foglietto, annoto codice, scaffale e posizione e proseguo.
Ovviamente durante il tragitto il maledetto foglietto si arricchisce di una libreria con ante, due librerie semplici e due sopralibrerie.
Già da queste cose si può capire il genio e la perfidia. Non ci sono le varianti dello stesso mobile con altezze diverse come in qualsiasi altro negozio di arredamento, c’è la libreria da due metri e se vi serve quella da due metri e cinquanta c’è a parte un apposito kit per costruire la parte che manca e che va montata sopra quella da due metri. Più scatole, più tempo di montaggio, più santi in paradiso costretti a una visita non pianificata a casa vostra mentre li invocate dal soggiorno.
Il viaggio attraverso i circa 10 chilometri del percorso obbligato procede tutto sommato abbastanza veloce, qualche fermata qua e là tra piatti e lampade che tanto non aveva intenzione di comprare e ci ritroviamo nella zona finale, la famosa zona “cianfrusaglie e chincaglierie”. Anche questa è una strategia studiata a tavolino per romperci le palle, quand’anche la maratona si è conclusa senza comprare niente è stata costruita la zone “inutile” che una donna media è incapace di attraversare senza comprare almeno due candele, dei fiori finti e uno stuoino. Noi ne usciamo con uno spazzolone per il water e un tappetino da doccia. La bellezza ordinata di Ikea si interrompe all’improvviso quando davanti a me appare, in tutto la sua terribile vastità, l’area di stoccaggio e ritiro dei mobili. Millemilla metri cubi di cartoni, tutti apparentemente e ingannevolmente uguali.
Prima c’è da prendere il carrello e anche qui dopo anni di studio sono arrivato a una sorprendente conclusione: avete presente il carrello con la ruota rotta che va in diagonale? Ecco, non è rotto. Li fabbricano proprio in questo modo, tutti, dovunque. Se al contrario ne trovate uno che va dritto sappiate che è in realtà difettato e verrà presto rimandato in fabbrica per essere opportunamente aggiustato. Fateci caso, è quasi sempre la ruota destra più vicina a voi, i modelli sono generalmente tre: quello a ruota vibrante che sembra stia per decollare da un momento all’altro, quello a ruota saltellante che innesca una vibrazione che poi vi insegue anche durante le due notti successive e quello a ruota bloccata che lascia la scia nera sul pavimento. Il risultato è il medesimo, il carrello risulta impossibile da portare dritto e vi costringe a sforzi al limite del disumano per riuscire a districarvi tra gli scaffali; pensate che per questa piaga mondiale sono nate scuole che organizzano corsi specifici tenuti da esperti che vi insegnano come portarlo in diagonale minimizzando lo sforzo.
Prendo il carrello, mi tocca il modello ruota saltellante, guardo il foglietto e mi avvio verso lo scaffale che contiene la cassettiera. I corridoi sono quasi vuoti, solo uomini solitari con in mano il foglietto alla ricerca di quello che sarà il supplizio per il prossimo giorno utile al montaggio dei mobili. Già, uomini soli perché tutte le mogli, arrivate a quel punto, sono andate all’ANGOLO DELLE OCCASIONI, il vero incubo di ogni marito. Si trova alla fine, poco prima delle casse, e vi si trovano tutta una serie di mobili e accessori usati per l’esposizione e quindi proposti a un prezzo più basso. Il problema, se vogliamo chiamarlo in questo modo, è che sono montati, senza scatola e senza istruzioni quindi o si decide di trasportarlo così com’è o si prova a smontarlo.
Vado a illustrare le due possibilità:
Ci sono intere cucine, armadi 8 stagioni che misurano 20 metri cubi e che pesano 7 quintali e che andrebbero spostati così, imbracandoli su quattro carrelli disposti a piattaforma dove le quattro ruote storte agirebbero in modo stranamente concordato in modo da impedire qualsiasi moto che non fosse circolare e quindi inutile. Ammesso che sia poi possibile farlo bisognerebbe trovare un camion adatto a contenere il tutto.
Non resta che smontarlo e come incoraggiamento viene prestato da Ikea stessa, al malcapitato di turno, un apposito set di attrezzi. Peccato che non esista in letteratura un solo caso in cui si riporti l’avvenuto smontaggio di un mobile Ikea senza rottura, senza perdita di pezzi e soprattutto senza perdere del tutto la capacità di rimontarlo correttamente.
Voi ci ridete ma io una volta (dovevo averla fatta grossa) ho dovuto trasportare un letto intero, ovviamente già montato; su alcune parti del mio corpo sono ancora ben visibili le conseguenze.
Mi avvio nel corridoio indicato scorrendo una per una le varie etichette, incrocio un altro malcapitato che si sta barcamenando tra due fogli fitti di indicazioni, lo sguardo che ci scambiamo è quello di due uomini sconfitti, piegati e destinati al patibolo. Continuo, i numeri si susseguono e alla fine il codice della cassettiera non si trova. Per un momento nutro la speranza che il mobile in questione sia esaurito ma un secondo passaggio vanifica in un istante l’utopia appena accarezzata.
Nello scaffale una pila infinita di scatoloni tutti uguali, il terrore di prendere una confezione che non contenga l’esatto modello e colore prescelto dalla gentil consorte mi convince ad effettuare un esame più approfondito. L’unica certezza sembra essere il colore che si intravede da un buco nel cartone, per il resto dentro potrebbe esserci qualsiasi cosa. Rileggo lo scatolone per verificare il codice e una scritta attira la mia attenzione: 1 di 2. Ok, il mobile è diviso in due scatoloni distinti, mi guardo attorno e la pila di scatole con la scritta “2 di 2” con il medesimo codice fa bella mostra di se nel ripiano più in alto.
Soffermiamoci una prima volta sugli scatoloni di Ikea, altra dimostrazione di come dietro questo apparentemente innocuo mobilificio si nasconda l’anima del demonio in persona e quindi di una donna. Fateci caso, qualsiasi cosa comprate, lo scatolone che lo contiene ha misure che non hanno nulla a che fare con quelle del mobile che avete visto montato. Nel caso specifico una cassettiera alta 100, larga 80 e profonda 50 è contenuta in due scatoloni, uno lungo 160 e largo 55, l’altro lungo 75 e largo 45, una cosa al limite dell’impossibile, ci vuole uno studio incredibile per realizzare una cosa del genere. E vedrete che il tema degli scatoloni tornerà più volte.
Avvicino il carrello, decido di partire dallo scatolone più grande e posizionato intelligentemente più in basso, dando per scontato che sia il più pesante dei due. Per il peso vale lo stesso discorso fatto per le dimensioni, un mobile che montato pesa una ventina di chili, viene riposto in uno scatolone dal peso complessivo di trenta chili. Il trasbordo è faticoso, la dimensione dello scatolone e la distribuzione del peso sono studiati a tavolino per massimizzare la difficoltà ma complice la vicinanza del carrello il passaggio avviene con la sola lamentela composta di due vertebre. Vado per il secondo scatolone la cui pila termina sostanzialmente alla stessa altezza cui posso arrivare in punta dei piedi. Con le dita cerco di sfilare il pacco ma l’attrito tra i due cartoni è tale che lo sforzo richiesto è più di quanto mi aspettassi. Dopo vari tentativi finalmente si muove e comincia a sfilarsi, per continuare a tirare mi allontano fino al punto in cui finalmente lo scatolone si sfila del tutto, manifestando il diabolico intento di uccidermi pesando almeno tre volte più dello scatolone grande scaricando tutto il suo incredibile e imprevisto peso sulle mie braccia. Il problema è che sono lontano dallo scaffale cercando di tenere per le estremità un parallelepipedo che ha il peso specifico del piombo, il tutto mentre sono in punta dei piedi con il vestito dell’ufficio e la giacca che mi tira da tutte le parti. Le due vertebre che prima si erano solo lamentate ora urlano di dolore preparando la strada per una probabile ernia nel mentre con le braccia cerco di riappoggiare lo scatolone a uno degli scaffali. Purtroppo l’operazione riesce a metà e l’imballaggio si schianta nel ripiano sottostante. Prima di portarlo sul carrello mi domando se l’urto non abbia rovinato parte del mobile ma la sola idea di riprendere dal ripiano più in alto un altro scatolone il cui cartone deve evidentemente essere foderato di tungsteno pesante mi fa desistere praticamente istantaneamente affidandomi alla speranza che nel caso ci sia un danno questo sia occultabile in qualche modo.
L’operazione si ripete per i mobili restanti che vanno ad appesantire il carrello maledetto. E torniamo di nuovo alle magiche proprietà degli scatoloni che sono fatti in modo che sia praticamente impossibile impilarli in modo ordinato uno sopra l’altro. Ci saranno migliaia di prodotti all’Ikea ma nessuno, dico nessuno, ha due confezioni con la stessa misura. Il risultato è un carrello con sopra accatastati una serie di pacchi che rischiano di cadere e che mi costringono a spingere il carrello tutto piegato in avanti per impedire che i miei stinchi si fracassino sull’imballo più lungo. La postura è tipo da spingitore di bob alle olimpiadi, non so se avete presente, peccato che al posto dell’atleta ci sia il sottoscritto in giacca e cravatta e al posto del bob ci sia il carrello che, nel caso ve lo siate dimenticati, ha la ruota vibrante…..
Raggiungo mia moglie all’angolo delle occasioni e la trovo intenta ad osservare una cucina di almeno 4 metri lineari, mentre una goccia di sudore mi scende nell’incavo della schiena penso seriamente di abbandonare tutto e scappare in Papuasia ma come mi vede mi dice che non c’è nulla che le interessi e che quindi possiamo andare.
Ringrazio qualche Santo in paradiso e mi dirigo alle casse, ovviamente la dolce metà mi guida alle casse “fai da te” perché si fa prima. L’operazione è resa difficoltosa dalla subitanea azione della legge di Murphy che fa sì che i codici a barre delle confezioni siano tutti disposti in modo tale che per essere letti bisogna praticamente smontare tutto il carrello per poi ricomporlo. Le ernie sono diventate nel frattempo due, ma non demordo e mi dirigo all’ascensore felicitandomi della brillante idea di aver parcheggiato proprio di fronte. Quando le porte si aprono realizzo che gli ascensori sono tre e io ho ovviamente lasciato l’auto di fronte a quello più lontano. Mi tocca quindi trasportare il carrello maledetto per cento metri non più su una superficie piana ma sull’asfalto del parcheggio, intervallato ovviamente dalle piastrelle bucherellate dove si parcheggiano le macchine. Lo sforzo abbassa di qualche mese la mia aspettativa di vita.
Arrivo, apro la macchina e subito si ripropone la diabolica dannazione dell’impossibilità di impilare qualsiasi scatolone di Ikea, vengono infatti studiati e costruiti per non riuscire a stare in nessun bagagliaio, di nessuna marca e di nessuna dimensione. Abbatto i sedili, tolgo la cappelliera e il risultato è di dover tornare a casa con un finestrino aperto da cui sbuca l’angolo di un cartone, il tutto d’inverno con 2 gradi.
A casa il parcheggio più vicino è a cinquanta metri, il trasbordo degli scatoloni fino a casa causa un’altra protrusione alla mia povera schiena.
Arriva il sabato, la tortura e la punizione vengono portati a termine con il “MONTAGGIO”.
Il primo problema è lo spazio, solo per distendere il cartone vi serve metà del soggiorno, peccato che poi a quello va aggiunto lo spazio necessario ad aprire lo scatolone e quello per tirar fuori tutti i pezzi e impilarli in modo che siano tutti raggiungibili. Avete occupato mezza casa e dovete ancora trovare lo spazio dove fisicamente costruire il mobile. Ovviamente dopo che lo avrete montato non passerà per le porte delle stanze e sarà intrasportabile tanto che spesso viene destinato a un luogo diverso da quello per cui è stato comprato costringendovi gioco forza a un nuovo passaggio da Ikea.
Una cassettiera con 6 cassetti, un parallelepipedo con 6 facce, altre 36 per i cassetti, stimo una cinquantina di pezzi in tutto per stare larghi. Apro le due scatole e dentro conto non meno di duecento pezzi, il tutto senza prendere in considerazione la ferramenta.
Già la ferramenta. Quando aprite la busta che la contiene improvvisamente si comprende il peso assurdo dello scatolone, dentro ci sono non meno di cinque chili di bullonerie varie, divise in quelle che in apparenza sembrano poche tipologie, salvo poi scoprire, spesso troppo tardi, che le duecento viti che vi sembravano tutte uguali differiscono in realtà per particolari quasi invisibili ma abbastanza significativi da compromettere per sempre l’intera operazione di assemblaggio. Prendete gli stramaledettissimi tassellini di legno, ce ne sono di almeno due misure che differiscono le une dalle altre di qualche micron, peccato che se infilate uno di quelli più piccoli nel foro destinato all’altro il pezzo scenderà fino a scomparire e sarà impossibile tirarlo fuori a meno di non segare in due il pannello. Le istruzioni rappresentano l’apoteosi della genialità malefica del team di mogli scienziate che hanno ideato il tutto. In ogni confezione c’è almeno un pezzo simmetrico, fateci caso, un pezzo che può essere montato in due versi ma che si distingue per un lato lavorato e uno grezzo. Il mobile si monta perfettamente, peccato che una volta completato vostra moglie noti che all’esterno del mobile è ben visibile una parte grezze mentre all’interno fa bella mostra di se il lato verniciato. Il disegno è subdolo, non si capisce mai come viene indicato il lato grezzo e la percentuale di errore, media mondiale certificata, è di circa il 73%. Quando ve ne accorgete è generalmente troppo tardi, vale la pena proseguire e sperare inutilmente che il tutto venga occultato da qualche mobile adiacente perché ricordate sempre che, come detto sopra, è impossibile smontare un mobile, anche se non terminato, senza rompere in modo irreparabile almeno uno dei pannelli. Ci saranno nel mondo milioni di mobili di Ikea, la maggior parte dei quali con un pannello grezzo rivolto all’esterno o con un palese rattoppo fatto con della colla legno o con del triste nastro telato.
Ovviamente sbaglio il verso di un pezzo, cerco di smontarlo e rompo il mobile in due punti. Finita la processione di santi in visita privata dentro casa mia esco in giardino e finisco di prendere a martellate tutto quello che ho costruito fino a quel momento.
La moglie osserva in silenzio, non un cenno, non una parola ma lo sguardo che sento fisicamente addosso sarebbe avvertibile anche a un pianeta di distanza. Finito lo sfogo e il calendario mi rivesto per bene, prendo le chiavi della macchina per uscire e ricomprare il mobile appena sfasciato. Sull’uscio mia moglie mi ricorda di prenderlo bianco.
Ovviamente sono le 12.30 di sabato.
Maledizione.

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