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Primo giorno di scuola, una pioggia leggera che sembra studiata a tavolino innaffia genitori e bambini acuendo quel senso di malinconia che un’estate gioiosa appena trascorsa si porta inevitabilmente appresso, come a caricare ulteriormente il peso di quegli zaini nuovi e colorati spropositatamente grandi appesi su quelle piccole schiene. Ombrelli di ogni colore e forma aperti a formare una marea che si muove pigra e indolente, come un mare restio di arrivare alla costa.
Parcheggio, apro l’ombrello che metto tra me e Giada con lei che si stringe al mio braccio per ripararsi meglio dalla pioggia e da quella tristezza che si porta addosso per il primo giorno di scuola con la mente rivolta ancora ai ricordi vividi di un estate spensierata fatta di mare, sole, avventure e famiglia. La guardo mentre ci incamminiamo, riconosco i tratti della madre che ha trasmesso a lei e alla sorella quel senso di dignità che non permette a nessuna di loro di lasciar trasparire all’esterno le proprie debolezze. Tutto il magone che si porta appresso e che io sento nitidamente affiora appena in una dignitosa espressione corrucciata nascosta dietro a un sorriso di circostanza. Come ci avviciniamo alla scuola la sua presa sul mio braccio aumenta di intensità, come a volersi appoggiare per sostenere quel peso che si porta dentro, istintivamente bilancio la forza per darle un sostegno costante, che non conosce debolezza e stanchezza, deve sempre sapere che posso sostenerla anche per intero senza scompormi perché sono sua padre e questo è il mio ruolo. Giriamo l’ultimo angolo, in lontananza si distingue la sagoma dell’amichetta del cuore, la presa sul braccio svanisce all’improvviso, due salti per coprire la distanza che le separa e in un istante la tristezza ha lasciato spazio all’entusiasmo, agli abbracci, ai racconti di un’estate infinita spesa in mille cose da condividere, da scambiarsi.
Piccola ed esatta metafora della vita di un genitore, pronto a sostenere indefinitamente i propri figli fino al momento in cui questi si allontanano per affrontare da soli la vita, facendo affidamento proprio su quella forza ricevuta e imparata quando ancora traballanti si sono appoggiati alla propria famiglia. Quel momento così importante e naturalmente necessario arriva sempre a tradimento, senza preavviso, senza indizi che gli occhi colmi d’amore di un genitore riesca a cogliere per prepararsi in qualche modo.
Perché mentre mia figlia avrà sempre meno bisogno del mio braccio io invece continuerò a sentire il desiderio di sostenere il suo, anche quando sarà lontano, anche quando sarà più forte del mio.
Un abbraccio veloce, un bacio dolcissimo ed è già dentro, mi giro con un magone dentro che non ricordo da anni e torno verso la macchina ma al contrario delle mie donne non posseggo tutto quel controllo a tutela della mia dignità e non riesco a trattenere un paio di lacrime grosse così che nascondo sotto la pioggia tenendo l’ombrello chiuso.
Salgo in macchina, accendo i tergicristalli ma non è il vetro che mi impedisce di vedere bene.
Metto in moto, ora devo andare da mia madre, il suo braccio che tanto e con tanta pazienza mi ha sostenuto ora è debole e ha bisogno del mio, come a chiusura di quel terribile, meraviglioso e inarrestabile ciclo della vita a cui non abbiamo modo di sottrarci.
Oggi va così.
Domani ci sarà il sole, ne sono sicuro.

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