Bike Polo ’16

PORTFOLIO PROGETTO SPORT
Più di un anno fa quando insieme ad Alessandro Trapani iniziammo il progetto fotografico legato allo sport avevo in mente tutta una serie di discipline che in qualche modo avevo praticato o visto da vicino. Per raccontare la passione, il sacrificio e l’impegno che spesso si nascondono dietro alle persone comuni che con grande sacrificio riescono a dedicare qualche preziosa ora della propria giornata a un’attività sportiva avevo scelto di documentare attività sportive piuttosto note che tutti o quasi conosciamo o che vediamo abitualmente svolgersi nelle palestre che ci capita di frequentare. Aveva messo in conto di fotografare i vari corsi di prepugilistica, pilates, kick boxing, spinning, cose così insomma; poi come accade quando si è fortunati uno parte con un percorso in mente e invece si ritrova ad esplorare sentieri completamente ignoti.
Il buon Alessandro mi da appuntamento all’ex Snia su via Prenestina per scattare uno sport “inconsueto” come dice lui, sul posto un capannone dove un gruppo più o meno variegato di giovani sta giocando a pallacanestro tra una canna e l’altra. Si fa buio, il campo si libera e alla spicciolata arrivano “loro”, quelli che giocano a bike polo. Non sapete cos’è? Tranquilli, non lo sa praticamente nessuno visto che a giocarci in tutta Italia saranno forse un migliaio, forse. Avete presente il polo? E’ quello sport che sicuramente avrete intravisto in televisione in qualche serie o in qualche film, generalmente lo scenario è costituito da gente ben vestita, gnocche che sorseggiano champagne intorno a un campo dove della gente a cavallo con una mazza di legno insegue una palla per spingerla in rete. Una specie di incrocio tra il cricket e il calcio, però a cavallo, insomma roba da ricchi.
Il genio si manifesta quando si prende una cosa destinata a pochi e quindi elitaria e la si trasforma in un’altra potenzialmente accessibile a tutti; in questo caso a qualcuno è venuto in mente di sostituire il cavallo con una bicicletta ma qualcosa deve essere andato storto visto che a bike polo forse ci giocano ancora meno persone di quelle che praticano il polo a cavallo.
Fatto sta che questo gruppo di pazzi si ritrova una sera a settimana in questo capannone il cui uso gli viene concesso dal comitato di quartiere che preferisce di gran lunga che lo spazio venga utilizzato da qualcuno piuttosto che correre il rischio di vederlo invaso da sbandati di ogni genere. In cambio i ragazzi appena arrivano lo ripuliscono da tutta la porcheria lasciata lì anche perché per giocare il pavimento non deve avere detriti per evitare di far scivolare le biciclette. Le biciclette. Non c’è ne una uguale all’altra, non è roba che si trova nei negozi, non in quelli che frequenterei io almeno. Sono degli strani assemblati con telai che hanno natali più o meno nobili a cui vengono montati pedali, manubri, ruote e accessori vari che vanno da due tubi di risulta saldati insieme a veri e propri capolavori di design tecnologico di cui la maggior parte di noi ignora persino lo scopo.
Prima del gioco due chiacchiere, qualche birra e qualche additivo naturale che però non farebbe passare a nessuno di loro neanche un blando controllo antidoping. Dopo la pulizia montano le sponde, stile hockey su ghiaccio, con una perizia e una pazienza di cui, francamente, non li si riterrebbe capaci a un primo sguardo. Insomma, si inizia verso le 10 mentre gli ultimi ritardatari arrivano giusto in tempo per la partita. Le regole sono semplici, due squadre, due porte, una palla. Unica regola: non si possono mettere i piedi per terra; se succede bisogna correre a uno dei due lati del centrocampo e battere con la mazza la sponda. Ovviamente un arbitro non serve, lo spirito che si osserva in campo si è perso più di un secolo fa in quasi tutti gli altri sport praticati nel globo e persino De Coubertin rimarrebbe sorpreso dal comportamento di questi ragazzi.
Il tutto finisce con qualche caduta, grandi risate e grande consumo di birra e fumo senza per questo interferire con lo smontaggio del campo e conseguente ulteriore ripulitura dello spazio appena utilizzato.
Qualche chiacchiera, ci parlano della loro passione, della difficoltà di trovare spazi adatti, dell’impossibilità di riuscire a organizzare un campionato, del rammarico semiserio che uno sport del genere non possa essere persino olimpico, il tutto davanti allo sguardo esterrefatto del sottoscritto che si ritrova a documentare uno sport di cui non conosceva neppure l’esistenza.