valigia

Stazione Termini, individuo il frecciarossa per Milano per la solita escursione mensile con l’inconsueta variante di avere la riunione al pomeriggio evitandomi così un’alzataccia che non riuscirò mai a farmi piacere.
Tarda mattinata, arrivo con qualche minuto di anticipo, il treno è già discretamente pieno come ormai capita sempre su questa tratta ma alla solita utenza incravattata si aggiungono utenti più variegati: alcune coppie, qualche famiglia e un gruppo di amici.
Salgo, sistemo le mie cose, mi siedo e valuto se investire il tempo in un buon libro o nell’ascolto degli ultimi album che mi sono scaric.. comprato. L’esercito dei colletti bianchi è già operativo tra excel, power point e telefoni che suonano in continuazione generando il solito fastidioso rumore. Opto per la musica ma quando sto per infilarmi le cuffie un frastuono improvviso attrae la mia attenzione. Dal corridoio vedo prima le valigie, enormi, gigantesche, seguite da una spropositata cappelliera che potrebbe ospitare una parabola in grado di comunicare con Marte. Dopo le valigie, lanciate letteralmente dal binario sul treno si palesa il “lanciatore”, chiaramente uno sherpa tibetano con qualche centinaio d’anni di esperienza che si gira per issare, sempre letteralmente, quella che è con tutta evidenza la titolare della valigeria. La signora sembra la nonna brutta di Dracula e per l’età che si può intuire potrebbe tranquillamente essere stata una delle concubine del re sole, anche perché per il trucco si orienta ancora alla moda del tempo, neo compreso; per il vestiario invece opta per un più consono completo pantalone e maglia che potrebbe anche risultare sobrio se non fosse per il non trascurabile particolare che il maglione è giallo evidenziatore, così giallo da essere visibile distintamente dalla stazione orbitale. A seguire un’altra collaboratrice, di etnia evidentemente sudamericana con dipinto in volto un sorriso talmente ebete da farmi pensare che si tratti di una paralisi facciale; a concludere la carovana un guinzaglio che termina con un barboncino evidentemente lavato ogni giorno con la candeggina, tanto da risultare così bianco, ma così bianco che la radiazione emessa è rilevabile chiaramente almeno da Alpha Centauri
La comitiva, compresa di valigie (e cappelliera) blocca ogni passaggio da e per le altre carrozze, la megera estrae il biglietto e cerca, ovviamente senza successo, di ricavare l’informazione riguardante i posti assegnati. Dall’altoparlante si riversa l’annuncio dell’imminente partenza invitando gli accompagnatori a scendere, segue panico immediato della vecchia che abbaia in una qualche lingua, forse tibetana, allo sherpa di scendere. Il tizio, vuoi per l’età, vuoi perché la vecchia forse parla un linguaggio tutto suo, rimane immobile; segue uno scatto impressionante della signora che passa dalla lingua sconosciuta a una ben più riconoscibile sequela di parolacce in milanese mentre afferra per il bavero della giacca il malcapitato cestinandolo praticamente fuori dal treno. Nel frattempo si contano due contusi lievi tra gli ultimi ritardatari che cercano di scavalcare l’insieme badante, valigie, cane e cappelliera.
Il treno si muove e la signora riprende il biglietto cercando nuovamente di ricavarne qualcosa insieme alla colf ma l’ultimo neurone deve essersi spento durante le cinque giornate di Milano e la badante che probabilmente lava il cane con la candeggina tutti i giorni ha ormai il cervello bruciato dai fumi, il cane sembra imbalsamato e la cosa più intelligente della comitiva è con tutta probabilità la cappelliera a cui la vecchia però non consente di consultare il biglietto per dire la sua.
Un signore distinto, compresa la situazione, si offre di leggere il biglietto e risolvere il dilemma ma la signora, restia evidentemente a farsi aiutare, gli risponde che tanto ora manda a chiamare il CAPOTRENO; detto questo si gira, affida il biglietto alla sudamericana e abbaia, in un nuovo dialetto, il relativo ordine. La tizia, sempre con il solito sorriso ebete, parte lancia in resta scegliendo ovviamente la direzione sbagliata che la conduce, dopo una sola carrozza, alla fine del treno dove probabilmente accarezza l’idea di scendere al volo. Torna indietro, con il solito sorriso stampato in volto ignora la sequela di parolacce della nonna di dracula e procede oltre alla ricerca del famigerato CAPOTRENO.
Passano alcuni minuti e fa la sua apparizione in carrozza la persona che si occupa della pulizia che subito la vecchia scambia per il capotreno cui prontamente si rivolge per sapere quale sia il posto dove sedersi. Il malcapitato si offre di aiutarla ma ovviamente il biglietto è in mano alla badante, che ormai viene data ufficialmente per dispersa. La megera comincia ad andare in iperventilazione per l’ansia, il sottoscritto e altri la invitano comunque a sedersi in una poltrona libera, consiglio che viene accettato accompagnando il tutto con una teatralità degna di Eleonora Duse.
Il treno frena all’improvviso e la valigie, lasciate allo stato brado, prendono subito velocità tranciando di netto due malleoli lasciati incautamente a sporgere nel corridoio, seguite subito dopo dalla cappelliera il cui rotolamento produce un suono sinistro e udibile chiaramente in tutto il convoglio. La tragedia viene evitata da un team di colletti bianchi che decidono di sacrificare una manciata di stinchi per evitare che la capelliera buchi il vagone. Mentre si contano i feriti arriva finalmente il capotreno di cui sopra che mentre tiene in una mano il biglietto con l’altra trascina la colf ormai sempre più simile a un golem privo di ogni volontà. Assegnati i posti alla mummia, all’ebete, al cane, alla valigia e alla cappelliera la situazione sembra placarsi
I colletti bianchi si rimettono in assetto da combattimento lavorativo mentre le altre famiglie chiacchierano amabilmente.
Il cane, fino a quel momento per tutto e in tutto simile a un animale imbalsamato, prende improvvisamente vita risvegliato probabilmente da un virus intestinale che deve aver covato appositamente per un’evenienza come questa. Prima piscia su una samsonite di pregio con dentro documenti evidentemente importanti visto il numero di bestemmie provocate e poi inizia a cagare a spruzzo praticamente ogni due file di posti.
La puzza devastante satura la carrozza in pochi secondi mentre la vecchia, con il naso fulminato da almeno un secolo, continua imperterrita a leggere un saggio sull’arte mongola del settimo secolo probabilmente scritto da lei medesima durante quel periodo.
Richiamata la sua attenzione la nonna di dracula aizza la colf che scopriamo chiamarsi Felisa la quale estrae dallo zaino un miniset appositamente preparato per situazioni del genere. Il tutto risulta ovviamente inadeguato a contrastare la possessione demoniaca di cui soffre il cane la cui scia marrone è ormai arrivata alla carrozza successiva. Il fuggi fuggi generale che si scatena viene arginato con ferrea decisione dal capotreno che chiama in soccorso l’addetto alla pulizia che quando arriva valuta per un lungo istante il suicidio come unica opzione percorribile.
Dopo molti, molti rotoli di carta assorbente e una tanica di disinfettante la situazione torna a uno stato di calma apparente non fosse per il fatto che all’odore acre della merda si è ora aggiunto quello, altrettanto insopportabile del prodotto chimico usato per pulire andando a formare una combinazione letale che finisce con il fulminare le terminazioni nervose nasali di tutti i presenti.
Il cane, la cui sopravvivenza è da attribuire esclusivamente al fatto che sui treni non ci sono finestrini apribili, viene infilato a forza in una borsa da viaggio rivestita di carta assorbente e palline di naftalina.
Il resto del viaggio procede quasi normale viste le premesse, con la sola eccezione rappresentata dagli evidenti problemi respiratori della vecchia che una volta addormentatasi si esprime con un russare fragoroso che risulta udibile chiaramente anche dalle persone che viaggiano nei treni incrociati che marciano in senso opposto a 300 chilometri all’ora.
All’arrivo a Milano la comitiva si ricompone con la megera e la badante, compresi di cane, valigia e cappelliera che vengono fatti sbarcare da un collaboratore che le aspettava al binario, indistinguibile nei tratti, nelle fattezze e nel vestiario, da quello che le aveva accompagnate a Roma tre ore prima.

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